The Warlocks, i Fosfeni del Rock

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Il muro del suono dei The Warlocks è nuovamente in viaggio, tra fosfeni e visioni oniriche marcatamente lisergiche, che non perdono di fulgore, nonostante gli anni di militanza musicale siano oramai parecchi. E’ in strada infatti la creatura sonica di Bobby Hecksher. L’occasione è rappresentata dalla presentazione dell’ultima fatica “Skull Workship”, il loro settimo album pubblicato per l’etichetta Zap Banana dietro cui si cela per l’appunto il leader band. Dopo essere passati attraverso iconografiche labels quali la Birdmand, Bomp e Mute, ed aver terminato il periodo di incisione per la TeePee Records, nel momento in cui i suoni psych sono oramai quasi mainstream, il quintetto rimette in gioco se stesso. Il disco già ad un primo ascolto, mostra un carattere forte e deciso che rivela una stretta parentela con le incisioni precedenti, vale a dire “Heavy Deavy Skull Love” del 2007 e l’osannato “The Mirror Explodes” del 2009. La percezione di trovarsi di fronte ad un discorso di sua natura strutturato ed organico è netta. La conferma giunge direttamente dallo stesso Hecksher che ha rilasciato questa intervista ai microfoni di Alias, nel corso del tour italiano andato in scena fino a qualche giorno fa in cinque diverse tappe lungo tutto lo stivale, da nord a sud: “Skull Workship” è una continuazione dei due dischi precedenti. Siamo riusciti a tirare giù una manciata di belle canzoni in tutti e tre. Il risulto è soddisfacente”. Otto i brani che compongono questo ultimo lavoro, in cui ci si strugge l’anima in ogni verso, sia in episodi oscuri e cupi come “Chameleon” che in ballate vibranti ed emotive come la languida e circolare “Silver & Plastic”, di cui il cantante ci racconta la genesi: “L’abbiamo registrata in modo molto veloce. Un paio di versioni ed era pronta così come la ascolti. I ragazzi sono stati bravi: hanno fatto un buon lavoro nel poco tempo a loro disposizione. E’ uscita meglio del previsto”.

 

 

 

17 musicisti diversi nella storia dei  The Warlocks

The Warlocks intervista per il tour in Italia 2014In linea con la storia dei Warlocks, anche in questa fase della band è corposa l’alternanza dei componenti del gruppo. Nuova linfa vitale che sembra comunque apportare freschezza da una parte e professionalmente adeguarsi allo stile del leader dall’altra. Sono ben tre i nuovi ingressi:

“Rispetto al passato sono entrati con noi George Serrano alla batteria, Chris DiPino al basso ed Earl Miller alla chitarra, oltre a JC (John Christian Reese alle chitarre ndr). Non è mai facile cambiare formazione. Si verificano sempre sconvolgimenti e bisogna trovare nuovi equilibri. Bisogna lottare per riuscire a mandare avanti le cose, ma devo dire che ce l’abbiamo fatta. Ora abbiamo un suono duro e potente, che rende al meglio le cose”.

Ben diciassette i musicisti che hanno prestato in passato la loro opera per Hecksher, che certo non gode la fama di essere una persona malleabile ed accomodante. Oltre ciò appare quasi un’esigenza per la creatura Warlocks essere alla ricerca continua di un equilbrio, quasi che I reiterati travagli della band sembrano essere linfa vitale per la vita artistica della stessa:

“Le persone che si sono alternate in questi anni, lo hanno fatto per i motivi più diversi: scuola, famiglia, droga, stanchezza della vita da tour e da studio. Sai, a volte può essere difficile essere fare questo lavoro, essere una specie di Peter Pan per tutta la vita, non fermarsi mai. Nel mezzo poi sono capitate molte cose, tanti problemi da dover risolvere che mi hanno preso molto tempo. Musicisti infelici, questioni di natura economica ed altre di natura legale. Per tenere in piedi tutto e non mandare ogni cosa all’aria ho faticato molto. Ma quello che conta alla fine è essere fedeli a se stessi, non tradire i nostri fan e continuare a lavorare duramente. E ripartire nuovamente in tour”.

 

Skull Workship, l’ultimo capolavoro di Bobby Hecksher

Immarcescibile la volontà del leader a tenere alto il livello della produttività artistica della formazione. Non calano infatti le capacità evocative in “Skull Workship”, come conferma la seconda metà della sessione di registrazione. In particolar modo “He Looks Good In Space”, “It’s A Hard Fall” e “Eyes Jam” sono I temi migliori, che si palesano all’ascolto in modo omogenei, completamente centrati e senza perdere il bandolo della matassa. Rischio questo sempre presente quando si cerca di dipingere orizzonti psichedelici nuovi. E se in passato alcuni episodi hanno peccato di concretezza e capacità di definizione, ora il Warlocks pensiero è all’ennesima potenza. Esprimendo la propria quintessenza in modo egregio. In poche parole, una spiccata maturità artistica, anche quando si è critici verso il proprio lavoro:

“Ci è voluto davvero troppo tempo a terminare il tutto. La creazione di “Skull Workship” è stata irregolare, non si è lavorato con calma. Nonostante questo è un lavoro coeso, non una raccolta di canzoni. Questo perchè abbiamo trovato equilibrio tra la qualità del suono e quella della scrittura. Per apprezzare questo è importante ascoltare il disco nella sua complessità, dall’inizio alla fine”.

Il fatato modo della psichedelia raccontato dagli Warlocks è una delle storie discografiche più rilevanti dell’ultimo lustro. Questione di crescita e di percorsi, di aderenza ad un’idea e non ad uno stereotipo e sopratutto la voglia di continuare a rimettersi in gioco:

“Sono dell’idea che la psichedelia sia avere uno spirito libero, un flusso di coscenza singolo o collettivo che permetta alle idee di fluire nella mente. A volte per arrivare a questo, alcuni usano malamente gli stereotipi che ruotano attorno alla psichedelia, incluso quello dell’uso delle droghe. Le cose importanti sono altre, comprese alcune idee rivoluzionarie che arrivano dagli anni sessanta. Noi per conto nostro cerchiamo e sperimentiamo le nostre sensazioni al momenti, percorrendo le nostre tangenti musicali”.

Tra droni e chitarre distorte, suoni saturi ed inquietudini profonde, il cantanto di Bobby Hecksher si valorizza ancora di più. Ancor più intenso e caratterizzante che in passato. Un filo conduttore vero e proprio che attraversa la storia di una formazione che pur tra mille contraddizioni continua a scrivere pagine importanti di cultura psych, in simbiosi piena col suo leader.

Gianluca Diana
Alias n° – Il Manifesto