Frankie Chavez, la solitudine dell’Hobo Lusitano

Frankie Chavez intervistato da Alias - Il ManifestoChe storie. Quelle che sorprendono e che lasciano basiti. Che fanno accendere un lampo di adrenalina destando stupore. Quello che non c’è, recitava qualcuno. Ed a quel punto potete esserne sicuri, prima o poi si concretizza. L’ennesima narrazione in musica che ci strappa un poco il cuore ha un nome chiaro e semplice che rimane facilmente in memoria: Frankie Chavez. Distogliete le fantasie rivoluzionare dalle terre venezuelane e fermatevi ben prima. Lo storyteller in oggetto giunge infatti dal Portogallo. Ad essere precisi dell’area suburbana di Lisbona, dove anni fa mosse i primi passi questo cantante e chitarrista dalla spiccata personalità bluesy. Il poco più che trentenne Chavez è un valente strumentista che piega la sua tecnica ad una spiccata attitudine alla melodia, complice una rara sensibilità, data forse dalla provenienza geografica. Il risultato di una carriera ancora giovane ma molto promettente, sono una manciata di canzoni racchiuse in due diversi lavori. Il primo del 2010, un ep intitolato a suo nome, ne ha fatto apprezzare le possibilità. E’ dell’anno successivo invece “Family Tree”, seconda uscita ma prima sulla lunga distanza, che ne ha concretizzato le belle speranze iniziali.

Ecco quindi che tra un sorso di ginja ed una girata sul mitico tram numero 28, il blues lusitano prende le forme sonore del bluesman Chavez, a cui appare scontato ma imprescindibile chiedere nel suo recente giro italico, se vi fosse una tradizione musicale afroamerican nella sua famiglia: “Per nulla. Nessuno in casa nostra aveva avuto esperienze musicali. E’ semplicemente successo che come molti bambini che frequentavano a scuola i corsi di musica, anche io sono andato a finirci dentro. Dapprima il flauto e poi la chitarra classica.”. Elogio della semplicità e della schiettezza. Esattamente come la percezione che si ha ponendosi all’ascolto dei suoi blues.

“Da ragazzo ascoltavo come molti della mia generazione le solite cose del classic-rock: gente come i Deep Purple, Jimi Hendrix, gli AC/DC ed altri che puoi immaginare con facilità. Questo mi ha portato a proseguire nella stessa direzione: ho suonato a lungo in gruppi dalle sonorità rock e garage. La consueta trafila che si ha agli esordi di buona parte dei percorsi musicali di ognuno. Lentamente poi, ho iniziato ad ascoltare i classici del Blues della vecchia scuola: Nemehiah Skip James, Robert Johnson e Mississippi John Hurt.”

Frankie Chavez Portrait Gli “early years” di Frankie Chavez partono quindi da radici solide, su cui poggiare la propria maturazione musicale: “Altrettanto importante è stato il sound della Fat Possum, che mi ha incuriosito sopratutto nelle ritmiche. Ho consumato i dischi di gente come R.L. Burnside, Junior Kimbrough e gli altri di quella scena”. Dichiarazione palese, che si ritrova particolarmente nella canzone “I Don’t Belong” del primo ep. Un autentico mantra ipnotico e compulsivo scritto rispettando pedissequamente i dettami dell’Hill-Country Blues. A cui il nostro aggiunge altro, complice il suo smodato amore per la sei corde.

“Sono fondamentalmente un chitarrista prima che un cantante. E’ un strumento che amo in tutte le sue forme. E tra le tante che mi sono passate per le mani, oramai da molto tempo concentro la mia attenzione sulla chitarra portoghese. E’ diversa dalle altre, ha un suono estremamente profondo ed al contempo quasi esotico. Ha una accordatura particolare e quindi è stato interessante studiarla. Al punto tale che ho ho dovuto modificare anche la modalità di usare la voce, per coordinare adegutamente il tutto ed avere un risultato finale di cui fossi soddisfatto. Questo mi è stato possibile nel momento in cui ho cercato di fondere il tutto con la profondità del blues per avere una maggiore capacità espressiva”.

One-man Band con collaborazioni importanti

Frankie Chavez hobo lusitanoCome nelle migliori evocazioni di stampo mississippiano l’hobo Chavez ha intrapreso anni fa la strada solista: un one-man band in piena regola. Non solo nelle forme ma anche nello spirito: “Sin dagli inizi ho scelto di muovermi da solo. Ancor da prima di registrare il primo ep mi muovevo come one-man band. Quando però venni chiamato a registrare il lavoro in oggetto inizia a capire che dovevo relazionarmi anche con altri. Onestamente devo dirti che sia dal vivo che in studio è meglio suonare soli: non devi metterti d’accordo con nessuno, non devi cercare interplay, fai tutto per tuo conto. E’ come suonare sul sedile della tua macchina. Certo poi con il disco “Family Tree” le cose sono cambiate ulteriormente. C’è un organico più ricco e completo. Se devo però esprimere una preferenza, devo dirti che il miglior feeling l’ho trovato con Kalù. Lui è il batterista di una storica formazione rock portoghese in giro da oltre trent’anni, i Xutos & Pontapès, una specie di Rolling Stone delle nostre parti. Kalù ha esperienza da vendere ed oltre ad essere presente in alcune registrazioni di “Family Tree”, sarà presente in tutto il prossimo disco. Eravamo già assieme nel primo tour italiano del 2008, ci siam trovati benissimo. Lui ha iniziato a darmi il beat giusto, sia quando si tratta di brani più morbidi, sia quando si tratta di spingere maggiormente”. Tra una permanenza e l’altra in sala d’incisione, Chavez ha inanellato lunghi tour che gli han permesso di mettere in carniere esperienza da vendere: dai piccoli club alle condivisioni di palchi importanti assieme a Kaki King, Max Romeo, Moorcheba, Gentleman e James Hunter. Ecco quindi che cambiando gli addendi il risultato non muta: sia solista che in duo, piuttosto che con pieno organico, le registrazioni di Chavez mantengono un sottile ma riuscitissimo equilibrio che si muove sinuosamente tra groove e melodie. La riprova è data sia da incisioni più muscolari come “Dreams Of A Rebel”, che da altre più morbide e delicate come “Family Tree”, vera e propria ballad dove fa capolino anche un sax quasi latin-jazz:

“Quello che esce fuori dai miei dischi spero sia compreso per quello che è. Sono un ragazzo portoghese che ha ascoltato musica anglofona e quella della sua terra. Tutto questo mi ha influenzato. Come dire, è accaduto. Non c’è un intento precostituito ne tantomeno cercato. Non c’è nulla di standardizzato e di atipico, semplicemente tutto è filtrato da una mia interpretazione personale. E cosa mi riserva il futuro, ancora non lo so. Però certo, un viaggio a New Orleans lo voglio fare, credo sia un posto molto interessante”.

Gianluca Diana
Alias – Il Manifesto
Photocredit: Rita Carmo